SENEGAL
Il Senegal è, fra i Paesi dell’Africa Occidentale, quello più vicino al
continente americano. Situato tra il tropico del Cancro e l’equatore, si
protende verso l’Atlantico come una enorme faccia in cui il promontorio
della capitale Dakar è il naso e la Gambia (ex colonia inglese) è la bocca.
Grande all’incirca come l’Italia continentale, confina a Nord con la
Mauritania, a Est con il Mali, a Sud con la Guinea Bissau e la Repubblica di
Guinea e a Ovest con l’oceano Atlantico. Il Paese è per gran parte
pianeggiante, con qualche rilievo nelle zone più interne.
Il Senegal, a lungo colonia francese, ha raggiunto l’indipendenza completa
nel 1960 ed è una Repubblica presidenziale. Dal 2000 Presidente del Senegal
è Abdoulaye Wade.
(per informazioni sul Senegal, si raccomanda il testo di Grata Somaré e
Leonardo Vigorelli “Senegal e Gambia” – ClupGuide di CittàStudiEdizioni
s.r.l. – Milano)
Carta d’identità del Paese
Superficie: 196.720 kmq
Capitale: Dakar
Moneta: Franco Cfa
1 euro = 655,98 franchi Cfa
Lingue: francese (ufficiale); lingue nazionali: wolof, serere, pular,
diola
Religioni:
musulmana (90%)
tradizionale animista (5%)
cattolica (5%)
Popolazione: 9.421.000 abitanti
Popolazione sotto i 5 anni: 1.592.000
Popolazione sotto i 18 anni: 4.804.000
Gruppi etnici principali:
Wolof 42% - Serere 15% - Peul 14% - Toucouleur 9% - Diola 5% - Mandingo
3%
Crescita demografica: 2,8 %
Popolazione urbana: 45%
Figli per donna: 5/6
Speranza di vita: 53 anni
Mortalità infantile: 8% - sotto i 5 anni 14%
Mortalità materna: 560 per 100.000 nati vivi
(“Contro i 10/20 per 100.000 nati vivi
dei paesi economicamente più avanzati. Per ogni donna che muore, dalle 30
alle 100 soffrono di complicazioni: sia acute legate alla gravidanza –
rottura dell’utero, infiammazione delle pelvi e sterilità – sia croniche,
come infezioni dell’apparato genitale e soprattutto fistole vescico-genitali che, provocando incontinenza urinaria, causano il rifiuto
sociale di moltissime giovani donne diventate “nauseabonde”. L’Africa
Occidentale conosce i più alti tassi di fecondità al mondo. Sposate troppo
presto, a sviluppo appena iniziato, più della metà delle donne africane
partorisce durante l’adolescenza. Per milioni di donne l’esistenza si
divide tra lavori domestici e agricoli, raccolti da portare al mercato,
corvè per l’acqua – che non è quasi mai potabile - e la legna, e
l’educazione dei figli. Si può ragionevolmente calcolare che le donne
senegalesi – e, più in generale, le donne africane - che vivono nelle zone
agricole lavorino tra le 16 e le 18 ore al giorno. Anche gli uomini
subiscono le difficoltà legate alla crisi del continente africano, ma a
loro vengono richiesti meno sforzi e sono meno oberati dai vari compiti
quotidiani. Più considerati, trovano il tempo per riposarsi e distrarsi.
Per la donna africana, alla fatica dovuta ai ritmi di lavoro si uniscono
numerose carenze nutrizionali soprattutto di ferro – da cui il rischio di
anemie responsabili del 20% delle morti al momento del parto – vitamina A,
zinco e iodio. La mancanza di iodio nella alimentazione, per esempio,
aumenta il rischio di bambini nati morti e di aborti spontanei. La malaria
rappresenta un pericolo particolarmente grave per le donne, che provoca la
distruzione dei globuli rossi. Si accentua così il rischio di anemia per
le donne in gravidanza, particolarmente vulnerabili alla malattia. Il
parassita – plasmodium falciparum – si annida di preferenza nella
placenta, con la conseguenza che il bambino nascerà sotto peso.
Nell’Africa dell’Ovest solo il 53% circa dei parti avviene con l’aiuto di
personale sanitario. La donna, anche se ha un ospedale vicino, che però
l’accoglie male, rifiuterà le visite prenatali e preferirà partorire a
casa. Inoltre fin qui si è teso, da parte dei Paesi occidentali, a
stigmatizzare la galoppante demografia africana che ha sempre fatto paura
oltre Atlantico, senza occuparsi della miseria di queste donne che non
sopravvivono al parto o che, non riuscendo a raggiungere l’ospedale,
muoiono per strada fra atroci dolori. Per ignoranza, a volte, ma più
spesso per mancanza di strutture sanitarie vicine.”
Da “Le Monde Diplomatique” - gennaio 2000 - articolo di Colette Berthoud,
giornalista di Radio France Internationale, intitolato “Maternità a
rischio”)
Pil pro capite: 520 dollari USA (1998)
Principali esportazioni: arachidi, cotone, pesce, fosfati
A proposito dell’agricoltura
L’80% circa della popolazione senegalese è dedita all’agricoltura (26% del
prodotto nazionale lordo), che dipende dalle piogge (90 giorni al nord e 140
giorni al sud).
Monocoltura dell’arachide e del miglio. L’arachide toglie spazio alle
colture dei prodotti alimentari. Le tecniche di coltivazione sono
rudimentali. Non esiste quasi industria di trasformazione.
Non esiste nessuna economia di sussistenza. Più del 60% della popolazione
senegalese vive sotto la soglia di povertà.
Molti uomini emigrano nelle città o nei paesi europei.
Così un numero sempre maggiore di villaggi vive grazie alle rimesse
dall’estero degli emigrati. Si calcola che siano 40.000 i senegalesi
presenti oggi in Italia, e la loro comunità è la prima dell’Africa nera,
preceduta da quella marocchina e da quella tunisina.
Paradossalmente, si coltiva per l’esportazione e si importano alimenti.
(“Agli europei vengono inviati dei cibi
prodotti qui e presso di noi sono coltivati prodotti che noi non mangiamo.
(…) E’ ora di dire con chiarezza che la cooperazione è un business. Parlate
di sviluppo dell’Africa, ma siete voi che continuate ad aiutare voi stessi.
Ogni paese fa dei calcoli per sapere se quando regala un miliardo di euro,
ne può guadagnare almeno due. E’ ora di smetterla di dire: facciamo
cooperazione. Si dica con sincerità: facciamo affari.”
Da “Riprendiamoci il nostro cibo” di Mamadou Cissokò – “Solidarietà n. 4 –
Luglio/Agosto 2002)
(“Alla fine dello spettacolo, la maggior parte di quelli che vengono
definiti Aiuti per lo Sviluppo è reincanalata verso i Paesi dai quali
proviene, travestita da costi per le consulenze o stipendi degli impiegati
delle imprese. Spesso gli aiuti vengono apertamente vincolati a un contratto
di acquisto.”
Da “Guerra è pace” di Arundhati Roy – Guanda).
(fonti: “Nigrizia” febbraio 2002 – UNICEF febbraio 2002)
A proposito della pesca
Il mare del Senegal, famoso per la ricchezza di pesce dovuta all’abbondanza
di plancton, viene da anni impoverito dalla massiccia presenza straniera che
applica alla pesca il meglio della tecnologia moderna. In questo modo la
pesca tradizionale, praticata con le piroghe a motore, è sempre più scarsa.
“Ha cominciato il Marocco, Poi il Senegal e
la Mauritania. E presto seguiranno altri. Il messaggio all’Europa è chiaro:
per pescare nelle nostre acque territoriali servono patti più chiari sia sul
piano finanziario sia su quello ambientale.
(…) Numerose barche spagnole, greche, italiane, francesi, portoghesi,
olandesi e inglesi pescano liberamente davanti alle coste di tutta l’Africa.
Ciò è possibile in virtù di accordi bilaterali che vengono rinnovati in
media ogni cinque anni. L’Unione europea, in cambio del permesso di pesca in
acque territoriali africane, versa delle compensazioni finanziarie. La
strada della contestazione è stata imboccata più di due anni fa dal Marocco.
Si è aperta una vera e propria crisi politica e diplomatica in seguito al
rifiuto di Rabat di accettare le cifre proposte da Bruxelles: 125 milioni di
euro l’anno, ovvero non un euro di più rispetto al precedente accordo. Il
paese magrebino ha chiesto inoltre una “gestione sostenibile” delle risorse
ittiche, il rispetto di alcuni periodi di inattività per permettere la
riproduzione delle specie marine. Così dal 30 novembre del 1999 non esiste
più un accordo di pesca euro-marocchino e dalla fine del 2001 i soldi che
dovevano entrare nelle casse marocchine sono stati dirottati in “aiuti di
stato” ai pescatori spagnoli a cui ora è impedita la pesca in Marocco. Anche
il Senegal ha pensato bene di discutere a fondo l’accordo con l’Europa,
scaduto alla fine del 2001 e lontano dall’essere rinnovato. Dakar chiede che
i negoziati con Bruxelles tengano conto dell’impatto sociale della
cosiddetta “pesca artigianale” che coinvolge direttamente almeno 80.000
senegalesi e altri 500.000 indirettamente: tutta gente che rischia di essere
messa sul lastrico a causa delle pratiche industriali di pesca europee. Del
resto è la stessa commissione europea ad ammettere il peso del settore della
pesca tradizionale nell’economia del Senegal: circa il 17% della forza
lavoro è occupato in questo ambito e, in termini di valore, produce circa il
30% delle esportazioni del paese. E ancora, con un consumo medio di 26
chilogrammi a persona, i prodotti della pesca costituiscono un’importante
fonte alimentare per la popolazione senegalese. Il Senegal pone sul tavolo
dei negoziati il problema della dimensione sociale degli accordi di pesca
con l’Ue, ma Bruxelles fa orecchie da mercante, dato che le interessa solo
riconfermare la possibilità per i suoi pescherecci di recarsi in acque
senegalesi. Però la sospensione dell’accordo Ue-Marocco ha aumentato la
pressione sulle risorse ittiche senegalesi: il paese rischia davvero di
vedere il tracollo dell’economia legata alla pesca tradizionale, in cambio
di magre compensazioni finanziarie. Bruxelles insiste in particolare su due
punti: che venga riconfermata la possibilità per gli europei di esercitare
anche la “pesca pelagica”, cioè quella pesca con le reti lunghe alcuni
chilometri, che raschiano i fondali e colpiscono indistintamente vari tipi
di pesci e mammiferi marini, impedendo la riproduzione delle specie ittiche;
che almeno sei pescherecci europei con reti pelagiche possano operare
contemporaneamente in acque senegalesi, per una cattura di almeno 25.000
tonnellate di pesce. La trattativa riguarda anche la pesca “da traino”
(10.000 tonnellate) e la pesca del tonno, che sono assai invasive e
decurtano rapidamente il patrimonio ittico. La posizione dei due paesi
africani, sin qui coerente, ha portato al rinvio “sine die” dei negoziati
con il Marocco e ad una trattativa difficile con il Senegal.
Nella dieta di un senegalese il pesce rappresenta circa il 50% delle
proteine assunte. In Senegal la pesca occupa oltre 600.000 persone, di cui
400.000 nella pesca artigianale (di cui 50.000 veri e propri pescatori,
circa il 15% del totale, che gestiscono circa 10.000 piroghe). Per Abdoulaye
Diop, segretario di un comitato di pescatori a Kayar, nord di Dakar, “oggi
non si prende che il 15 o il 20% di quello che si pescava 10 anni fa”.
Intanto anche in Italia ci sono tour operator specializzati che offrono una
settimana di pesca in Senegal a circa mille euro, per turisti in cerca di
emozioni.”
(Stefano Squarcina – “A pesci in faccia” – “Nigrizia” di aprile 2002)
Lo scorso 26 giugno è stato rinnovato l’accordo ittico tra Senegal e Ue,
scaduto alla fine del 2001. L’Europa pagherà al governo senegalese 64
milioni di euro per poter pescare per 4 anni (16 milioni di euro all’anno,
cioè circa 30 miliardi di vecchie lire) nelle acque territoriali del paese
africano. Le associazioni ambientaliste hanno protestato (inutilmente)
perché la pesca industriale impoverisce la fauna ittica e mette a rischio il
lavoro di 600.000 senegalesi dediti alla pesca artigianale.
(da "Nigrizia" di settembre 2002)
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